“Come la pioggia” verrà pubblicato da PerroneLAB

Come al pioggia

Il mio primo romanzo, “Come la pioggia“, verrà pubblicato a primavera per i tipi dell’editore PerroneLAB.

Un grazie sentito a Giulio Perrone, sua moglie Mariacarmela Leto e a Giuseppe Aloe che hanno creduto in questo mio testo d’esordio. E’ difficile trovare (soprattutto nell’editoria) gente così seria, dedita e semplice. Un grazie anche agli amici del forum “11 parole” su cui oggi è stato dato ufficialmente l’annuncio.

PS: Ovviamente quella che vedete non è la copertina ufficiale, ma solo l’immagine provvisoria che avevo usato io per produrre qualche copia di lettura su Lulu.

Giulio Perrone in mezzo ai libri (non tutti suoi...)

Mariacarmela Leto e il suo incredibile sorriso

Peppe Aloe, amico inatteso

Pubblicato in:  on 30 gennaio 2010 at 16:22 Commenti (1)
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Natura imperatrix mundi

Oggi, andando a memoria, ho ritrovato il parco interno di un palazzo in cui l’estrosa ricchezza di un magnate locale aveva a suo tempo ricreato un ambiente esotico e rigoglioso.
Nel giardino si affolla una straripante vegetazione tropicale accanto a piante che nella loro struttura esile mi richiamano alla memoria paesaggi più desertici.
Piccole palme nane aprono foglie come mani dalle decine di dita artiglianti, mentre un intrico di lunghi fili quasi bianchi ne popola le coste taglienti. Subito accanto un altro tipo di palma, immensa e lussureggiante invece, dal fusto schiacciato e quasi ovoidale: pare un immenso ananas scabroso la cui buccia è formata dai moncherini tronchi del cerchio di foglie annuali, i più bassi ormai smangiati dagli anni. Anche qui una matassa di fili grigiastri riempie ossessivamente gli interstizi. Sopra si apre un ciuffo potente di vaste foglie verdi, orfane di un vento che le scuota, qui tra queste mura. La chioma a fontana protegge sbuffi di grappoli penduli: sono datteri giallo-verdi, simili a olive o bacche, chissà se commestibili.
In alto sopra la mia testa, risalendo il muro, esplode una buganville (credo sia l’unico nome di pianta esotica che ricordi, il nome stesso suggerisce lontane esplorazioni, ma non sono nemmeno sicuro corrisponda al fastoso spettacolo che sto ammirando). Nel corpo verde si aprono chiazze compatte rosso porpora di quasi fiori o ex foglie: ognuno è uno scoppio violento di colore che fa da periferica corolla a due o tre pistilli bianco-gialli a tromba (che siano questi i veri fiori?). Si protendono pallidi e spauriti in mezzo alle lance infuocate che li contengono, ma protervi nell’offerta di sé agli insetti impollinatori, che mi pare oggi tradiscano l’attesa. Colgo un petalo, quello che mi pare di un rosso più cupo e pieno. Ha la consistenza, visiva e tattile, di carta cinese, venata e semitrasparente.
Il fascio di ramaglia rampicante, qua e là spinosa, offre ospitalità a una colonia di indaffarate formiche. Ricordo il libro sussidiario delle elementari che ne esaltava l’industriosa laboriosità; il loro andirivieni mi pare oggi un simbolo della nostra ormai passata ansia di riempirci il tempo di occupazioni e lavoro. Le osservo per un po’ e effettivamente non trasportano nemmeno nulla: altri insetti a me sconosciuti si aggirano qua e là scontrandosi con la carovana organizzata delle formiche, artropodici paladini dell’anarchia e dell’indipendenza; ma non per questo mi paiono più dotati di raziocinio o scopo.
Sul terreno si intravedono le vasche bianche dei muretti ben curati, quasi sommersi da una lattuga che fa da scuro tappeto al resto della vegetazione. Ha foglie tridattile, sugose come baccelli. In questo tappeto continuo si aprono faticosi globi di altre piante bizzarre. Una mi impressiona in modo particolare, una pianta grassa con molte foglie adunche orlate di denti, mandibole raccolte attorno a un centro carnoso come bocche istericamente fameliche. Steli rinsecchiti si innalzano improvvisi, sfuggendo intimiditi da tanta violenza e sostengono spighe secche, forse un giorno cariche di semi o fiori, ma ora vuote. Mentre mi avvicino un assalto improvviso di ali e corpi quasi mi investe: devo farmi schermo con le mani e uno sbuffo di passeri magri, nascosti prima dal fogliame, scappa via per posarsi poi subito sulla cornice di tegole che segna il muro a tre quarti di altezza. Non danno sfogo a trilli o cinguettii, sono già quieti e ritraggono il capo in mezzo all’attacco delle ali.
Respiro guardando questo quieto armageddon vegetale.
Un cespuglio di foglie oliastre, piegate dure su se stesse sono dita che pregano rivolte verso l’alto. Ci fosse data questa possibilità almeno. Ma al nostro silenzio fa sponda il silenzio del cielo. Guardo in alto: tra le mura di cinta del cortile si apre un quadrato di cielo, azzurro come raramente se ne vede in questa città. Ma non credo che da lì ci verrà alcun aiuto: le parole che dovevano essere pronunciate, ormai sono state dette. La parola ha parlato. Ora tocca a noi.
Guardo ancora in mezzo al verde; no, neanche la natura avrà l’ultima parola. Credo avrà solo il sopravvento. Anche l’ordine falsamente naturale di questo giardino perirà se non ci sarà chi se ne prenderà cura: se nessuno parlerà a questo luogo dandogli cura e rispetto, anche qui sarà caos. Ne vedo già i primi segni in foglie cadute e non raccolte, rami ormai secchi e non asportati.
A che dunque? Tutto sprofonderà nel caos?

Pubblicato in:  on 10 gennaio 2010 at 21:59 Commenti (1)
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Investitura

Il re si alzò dal trono e si guardò con fatica attorno. La sala del trono era vuota, silenziosi i corridoi. Chiamò la servitù, ma nessuno rispose. Dov’era la folla dei giorni delle guerre, dei trionfi come delle sconfitte? Dove i cortigiani petulanti e dove la guardia?

Incespicò, uscendo dalla sala e si inoltrò. Non riconosceva quei luoghi. Poteva essere quello il corridoio che percorreva per raggiungere l’alcova della regina? E perché allora scendeva così stretto, mentre era certo (o sbagliava?) che la stanza di lei fosse la più alta del castello?

Si appoggiò affaticato a un arazzo e la polvere che ne uscì lo fece tossire aspramente. Gli occhi gli dolevano e le orecchie spasimavano in attesa di un suono che non veniva.

Dopo un millennio qualcuno sussurrò dietro di lui: la voce degli avi lo chiamava, a riprendere possesso dei beni perduti. Strascicando faticosamente i piedi si volse e camminò. Fu nel buio.

E allora le lotte della sua vita gli furono di nuovo presenti, e certe. E disegnavano l’arazzo, nuove trame di fili in un disegno antico.

Dedicato a Dino Buzzati

“ogni poesia e ogni racconto ha valore,
diventa parte di noi […]
più invecchio e più sono parte di qualcosa”
(R. Carver)


Pubblicato in:  on 22 dicembre 2009 at 11:21 Lascia un commento
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Il Bit dell’Avvenire

Copertina di "Il Bit dell'Avvenire"

E’ pronto il libro “Il Bit dell’Avvenire” (Tunuè Editore) che contiene il mio racconto “Perdere un treno”. Il volume contiene 26 racconti per indagare il cambiamento, l’innovazione tecnologica, il futuro: che si tratti di comunicazione, di genetica, elettronica o nanotecnologie, di viaggi spaziali o nel tempo. Viene raccontato il rapporto dell’uomo con il passatofuturo tecnologico, attraverso percezioni e suggestioni. Tra gli altri autori vede le prestigiose firme Antonio Pennacchi (Mondadori – Laterza), Antonio Pascale (Einaudi), Lorenzo Pavolini (Fandango) e Giancarlo Baroni (MobyDick) , ben miscelate con l’apporto di scrittori esordienti.

Antonio Pennacchi
Antonio Pennacchi
Antonio Pascale

Antonio Pascale

I racconti presenti in “Il Bit dell’Avvenire”

  • Avanti veloce (simile all’oro) di Marco Berrettini
  • Videotape da Carnate di Nicola Villa
  • Bit generation di Giorgio Galetto
  • Il giovane M di Lorenzo Pavolini
  • Il bozzolo di Stefano Carbini
  • Il telefonino di Antonio Pennacchi
  • Il Padrù di Stefano Tevini
  • Glaucone di Luca Baldini
  • Love, Sex and I-phone di Camilla Cannarsa
  • Savile Row (i Beatles nell’avvenire) di Stefano Cardinali
  • Tom di Daniela Rindi
  • I sassi, la vera storia dell’uomo che migliorò il mondo di Angelo Orlando Meloni
  • L’attesa di Antonio Pascale
  • Parigi, 1896 di Gabriele Santoni
  • Senza titolo di Vedrana Martinovic
  • Questione di linguaggio di Pasquale Bruno Di Marco
  • Errore irreversibile di sistema di Silvia Mericone
  • Dillo alla luna di Fabio Brinchi Giusti
  • Sex aplomb di Roberto Marinucci
  • Imperfezioni di Gerardo Rizzo
  • Blackout di Anna Profumo
  • Perdere un treno di Andrea Bonvicini
  • L’uomo interattivo di Vittorio Rainone
  • L’officina di Zaph&Torque Lanzidei
  • Chissà, forse riuscirò a toccare i cento di Edoardo Micati
  • Appunti di viaggio in Fiandra di Giancarlo Baroni
Pubblicato in:  on 8 dicembre 2009 at 20:27 Lascia un commento

Il cielo sopra Milano

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-Pubblicato in “Porti sepolti” di Aletti Editore
-Pubblicato da RebeccaLibri “Pensare i/n libri” novembre 2009
qui il PDF della rivista (a p. 3 il racconto)
e qui il PDF solo del racconto

Giovanni Testori

Ogni volta che faccio il check-in all’aeroporto di Linate provo l’irrefrenabile impulso di prendere un taxi, tornare a casa e ritardare il volo.

«Avvisiamo i signori passeggeri che causa le avverse condizioni meteorologiche tutti i voli sono momentaneamente sospesi.»

Evvai!

Mi avvicino al banco informazioni ma ormai è presidiato da ex-passeggeri resi popolo unito nella rivendicazione rabbiosa dei propri diritti. Io invece mi sento leggero come dopo la revoca di una condanna, e me ne esco fischiettando. Nessuno pare condividere la mia allegria, vedo solo volti arcigni e tirati.

Mi avvio alla fila dei taxi, ma sono superato da un paio di mastini armati di trolley e pure una signorina su tacchi altissimi si sente in dovere praticamente di sgambettarmi per guadagnare un posto. Ma che avete tutti? Possibile che vi basti così poco per imbastardirvi a questo punto? Anche il mio tassista è torvo, ne vedo gli occhi che mi guatano dallo specchietto retrovisore: il vetro oblungo ritaglia solo una fetta del suo viso, come una maschera affilata da malvivente. Sibila:

- Dove si va?

- In Regione, al Pirellone.

È immusonito, probabilmente calcola la perdita netta che la chiusura dell’aeroporto gli causerà.

La fila di auto è stretta, compatta, la maggioranza sono taxi e l’onda bianca prosegue nervosa, a scatti. Alzo lo sguardo: davvero la nebbia è fitta. La luce dei lampioni scola poveramente dall’alto, un impasto di iodio e nebbia che pare avvelenare ogni anelito di vita. Più in alto le nubi si compattano in uno scudo butterato che pesa sulla terra. Siamo tutti costretti a infilarcisi sotto e viene da piegare la testa per non sbatterci. Ma nessuno guarda in alto: sono concentrati davanti a sé alla conquista di improbabili spazi e avanzamenti.

Ci sarebbe bisogno di una redenzione, ma non si vede all’orizzonte.

* * *

(continua…)

Pubblicato in:  on 18 novembre 2009 at 10:11 Commenti (3)
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Pubblicherò assieme a Pennacchi!

Un mio racconto è stato selezionati per l’antologia “Il bit dell’avvenire” (link) promossa da Anonima Scrittori (link).
Qui c’è l’annuncio dei 22 racconti selezionati (link).
Accanto a questi ci saranno quattro racconti di scrittori professionisti: Antonio Pennacchi (Mondadori – Laterza), Antonio Pascale (Einaudi), Lorenzo Pavolini (Fandango) e Giancarlo Baroni (MobyDick).

 

Antonio Pennacchi

Antonio Pennacchi

 

Antonio Pascale

Antonio Pascale

Pubblicato in:  on 14 novembre 2009 at 16:30 Commenti (4)

Se Raymond, Flannery e io…

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- Scritto per la rivista “Lapsus”,
pubblicato sul n.3

Lapsus Numero 3Di roba ne leggo parecchia. L’altro ieri quando sono passato in libreria avevano rifatto nuovi tutti gli arredi e mentre transitavo vicino al bancone ho visto il mio libraio che mi seguiva sornione. Mi ha sorriso e ha fatto un largo gesto con la mano indicando attorno gli scaffali e i libri. Sembrava dicesse: “Vedi che bel lavoro abbiamo fatto con il tuo contributo!” e io intanto mi avviavo alla cassa per la mia dose giornaliera.

Così di roba a casa ne ho accumulata davvero tanta, ma non mi basta mai. Sul comodino ho sempre una pila di libri in bilico e uno strato sul letto accanto, soprattutto raccolte di racconti.

Solo di due autori ho tutto, però: Raymond Carver e Flannery O’Connor. Tutto, proprio tutto: di Carver ho la raccolta completa delle poesie in un bel tomo verde acqua, l’acqua che gli piaceva così tanto, e tutti i racconti in un’edizione preziosa su carta sottile sottile, come quella dei libri di preghiere di una volta. E infatti quando faccio scorrere quelle pagine delicate sono preso da una devozione quasi religiosa, o almeno filiale: ma anche, lo ammetto, da un poco di invidia, che mal si concilia forse con sentimenti di devozione.

Raymond Carver e Flannery O'Connor

Raymond Carver e Flannery O'Connor

Anche della O’Connor ho tutto: con lei è più facile, non molti racconti e due soli romanzi. Ci ha lasciati presto, portata via dalla sua malattia devastante.

(continua…)

Pubblicato in:  on 7 novembre 2009 at 19:21 Commenti (1)
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Amor perdona

-PDF Scaricabile

Amor perdonaAfferrò la mano del figlio e torse un poco il polso per pretendere la sua attenzione mentre stavano per attraversare la strada. Gli rispose solo uno strattone di rigido fastidio e quasi sentì, lì accanto, all’altezza del proprio gomito, il peso del volto irato del bambino. Ma quando mai avrebbe imparato a controllarsi? E perché si faceva sempre trascinare dall’istinto?

Allentò la presa appena di là della strada e la mano si staccò subito da lui. Osservò la figura magra e nervosa che lo precedeva ora di un paio di passi e si stupì di quanto fosse alto. Pensò, ecco che se ne va. Si ricordò che erano state le prime parole di sua moglie, appena era nato, dopo ore e ore di travaglio penoso. Non una parola sul dolore o per chiedere se il piccolo stava bene. Solo quel gemito: ecco che comincia già ad andarsene.

Già, è vero, pensò, e non ho avuto neanche il tempo di conoscerlo. Non mi lascia modo. Ma oggi imparerà qualcosa, deve imparare che ci vuole impegno e costanza, basta questo e si ottiene tutto.

Era un uomo robusto, con il volto e le mani forti: gli occhi però sfuggivano talora gli sguardi di chi incontrava e per questo di lui si ricordava soprattutto il tono deciso della voce, allenata dagli anni di insegnamento al liceo.

In quel momento aveva in mano due canne da pesca, il retino e la cesta per le esche e si sentiva un po’ ridicolo a camminare così bardato lungo quel canale lento e verde che tagliava in due il quartiere. Attorno c’erano coppiette di innamorati, molti vecchi che si scaldavano al sole sulle panchine e i tavolini del mercatino dell’usato. A un venditore che lo scrutava indagatore fece un cenno d’intesa: certo, certo, anch’io sono qui solo per scambiare le canne con qualche cianfrusaglia, magari quel vecchio grammofono. (continua…)

Pubblicato in:  on 4 novembre 2009 at 08:49 Lascia un commento
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E non sapeva di dire così bene (Ascesi moderna)

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-Pubblicato nell’Antologia “La gola” di PerroneLAB
-Pubblicato da BooksBothers

Ascesi moderna , Turkish Delight - LokumAlzò la mano sudaticcia e si sentì sfinito. Sfinito. Sfinito dal grasso di sé, appiccicoso. Si sentiva annegare in quel suo stesso grasso in cui la gola vorace sempre più lo spingeva, lo ficcava. Qualcosa di lui avrebbe voluto gridare ma vide solo la sua mano che gli schiacciava in bocca un’altra frittella sudata di sciroppo.

Là, dietro la nuca, un istinto di sopravvivenza gli stava dicendo che era il solito incubo, ma questo non era ancora sufficiente a svegliarlo. Provò a girarsi di lato, ma il peso glielo impediva. Ancora un po’ e si sarebbe svegliato, ne era certo, ma non ne aveva ancora abbastanza.

Il grasso era dentro e fuori di lui e ancora la sua gola gridava -io voglio!-. Uno schifo potente lo prese e lottò con se stesso per domare la smania di altro cibo, di altro mosto e miele. Si prese per la gola e cercò di strapparsi da sé. -Ancora, ancora una!-, si implorava, molle e vile, con una voce in falsetto che non riconosceva come sua. -Dammi un lokum, un altro lokum almeno!-. (continua…)

Pubblicato in:  on 21 ottobre 2009 at 10:45 Commenti (2)
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Con un buco dentro

-Pubblicato da Sagarana
-Pubblicato in  “Pensieri di inchiostro
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Con un buco dentroSe ne stava da solo al ristorante e senza troppa convinzione scorreva il dito sul menù. Per un po’ fu attratto dall’idea di un ricco fritto misto, ma poi l’occhio gli cadde sulla riga che prometteva un risotto giallo con l’osso buco. Era tanto che desiderava provarlo e decise che l’investimento di venti euro era adeguato per risollevare le sorti di una giornata incominciata male e proseguita peggio: per esser sinceri, tutto un po’ troppo storto per essere rimediabile così, solo con un profumo buono in bocca. “Beh, in qualcosa uno deve sperare, no?”, si disse, ma non ne era poi troppo convinto. Invocò la paterna protezione di Carlo Emilio Gadda e ordinò il piatto a un cameriere piedi dolci che gli si era appressato con fare liquido e ossequioso. Questi raccolse l’ordinazione tutto rannicchiato attorno al suo quadernino untarello anzichenò, come se davvero credesse a quel fardello di responsabilità, e la fece rimbalzare verso le cucine: “Un risottino coll’ossobuco, certo signore, riso e buco al tre!” No, sentirsi ossequiato dallo sparato posticcio del cameriere non gli bastava.

Certo il contesto di quel ristorante non faceva ben sperare in una troppo riuscita transustanziazione di milanesità. “Con quei due slavi lì, e come si fa?”. Rumoreggiavano nel tavolo accanto a lui: occhieggiò verso di lei e la sua minigonna troppo stretta (o le cosce troppo larghe), mentre, dalla catena d’oro grossa un dito che troneggiava sul petto peloso di lui, bagliori corruschi cercavano di farsi largo nel muro di profumo dolce che si spandeva da lei. “Santo Dio, che tristezza”, sospirò. Si sentiva diverso dal caos inverecondo che lo circondava. Per averne riprova si girò a guardare la propria figura riflessa nella specchiera del buffet. Era ben vestito, col viso curato e occhialini leggeri: che ci faceva là dentro? Distolse lo sguardo quando dai suoi stessi occhi raccolse il noto peso dell’insoddisfazione, eccessiva perché avesse soluzione entro sera.

Nulla attirava la sua attenzione in quel guazzabuglio incoerente di facce e insoddisfazioni: tanto valeva risposare gli occhi. Si strofinò il mento barbuto e depose gli occhiali. Era la prima cena al ristorante che si concedeva dacché era morta lei.

Le cose non si stavano mettendo a posto come aveva sperato. (continua…)

Pubblicato in:  on 14 ottobre 2009 at 18:22 Lascia un commento
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