Oggi, andando a memoria, ho ritrovato il parco interno di un palazzo in cui l’estrosa ricchezza di un magnate locale aveva a suo tempo ricreato un ambiente esotico e rigoglioso.
Nel giardino si affolla una straripante vegetazione tropicale accanto a piante che nella loro struttura esile mi richiamano alla memoria paesaggi più desertici.
Piccole palme nane aprono foglie come mani dalle decine di dita artiglianti, mentre un intrico di lunghi fili quasi bianchi ne popola le coste taglienti. Subito accanto un altro tipo di palma, immensa e lussureggiante invece, dal fusto schiacciato e quasi ovoidale: pare un immenso ananas scabroso la cui buccia è formata dai moncherini tronchi del cerchio di foglie annuali, i più bassi ormai smangiati dagli anni. Anche qui una matassa di fili grigiastri riempie ossessivamente gli interstizi. Sopra si apre un ciuffo potente di vaste foglie verdi, orfane di un vento che le scuota, qui tra queste mura. La chioma a fontana protegge sbuffi di grappoli penduli: sono datteri giallo-verdi, simili a olive o bacche, chissà se commestibili.
In alto sopra la mia testa, risalendo il muro, esplode una buganville (credo sia l’unico nome di pianta esotica che ricordi, il nome stesso suggerisce lontane esplorazioni, ma non sono nemmeno sicuro corrisponda al fastoso spettacolo che sto ammirando). Nel corpo verde si aprono chiazze compatte rosso porpora di quasi fiori o ex foglie: ognuno è uno scoppio violento di colore che fa da periferica corolla a due o tre pistilli bianco-gialli a tromba (che siano questi i veri fiori?). Si protendono pallidi e spauriti in mezzo alle lance infuocate che li contengono, ma protervi nell’offerta di sé agli insetti impollinatori, che mi pare oggi tradiscano l’attesa. Colgo un petalo, quello che mi pare di un rosso più cupo e pieno. Ha la consistenza, visiva e tattile, di carta cinese, venata e semitrasparente.
Il fascio di ramaglia rampicante, qua e là spinosa, offre ospitalità a una colonia di indaffarate formiche. Ricordo il libro sussidiario delle elementari che ne esaltava l’industriosa laboriosità; il loro andirivieni mi pare oggi un simbolo della nostra ormai passata ansia di riempirci il tempo di occupazioni e lavoro. Le osservo per un po’ e effettivamente non trasportano nemmeno nulla: altri insetti a me sconosciuti si aggirano qua e là scontrandosi con la carovana organizzata delle formiche, artropodici paladini dell’anarchia e dell’indipendenza; ma non per questo mi paiono più dotati di raziocinio o scopo.
Sul terreno si intravedono le vasche bianche dei muretti ben curati, quasi sommersi da una lattuga che fa da scuro tappeto al resto della vegetazione. Ha foglie tridattile, sugose come baccelli. In questo tappeto continuo si aprono faticosi globi di altre piante bizzarre. Una mi impressiona in modo particolare, una pianta grassa con molte foglie adunche orlate di denti, mandibole raccolte attorno a un centro carnoso come bocche istericamente fameliche. Steli rinsecchiti si innalzano improvvisi, sfuggendo intimiditi da tanta violenza e sostengono spighe secche, forse un giorno cariche di semi o fiori, ma ora vuote. Mentre mi avvicino un assalto improvviso di ali e corpi quasi mi investe: devo farmi schermo con le mani e uno sbuffo di passeri magri, nascosti prima dal fogliame, scappa via per posarsi poi subito sulla cornice di tegole che segna il muro a tre quarti di altezza. Non danno sfogo a trilli o cinguettii, sono già quieti e ritraggono il capo in mezzo all’attacco delle ali.
Respiro guardando questo quieto armageddon vegetale.
Un cespuglio di foglie oliastre, piegate dure su se stesse sono dita che pregano rivolte verso l’alto. Ci fosse data questa possibilità almeno. Ma al nostro silenzio fa sponda il silenzio del cielo. Guardo in alto: tra le mura di cinta del cortile si apre un quadrato di cielo, azzurro come raramente se ne vede in questa città. Ma non credo che da lì ci verrà alcun aiuto: le parole che dovevano essere pronunciate, ormai sono state dette. La parola ha parlato. Ora tocca a noi.
Guardo ancora in mezzo al verde; no, neanche la natura avrà l’ultima parola. Credo avrà solo il sopravvento. Anche l’ordine falsamente naturale di questo giardino perirà se non ci sarà chi se ne prenderà cura: se nessuno parlerà a questo luogo dandogli cura e rispetto, anche qui sarà caos. Ne vedo già i primi segni in foglie cadute e non raccolte, rami ormai secchi e non asportati.
A che dunque? Tutto sprofonderà nel caos?