“Sunset limited” – Cormac McCarthy

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Si potrebbe cominciare dal dire che “Sunset limited” è un buon libro. Buono prima che bello.
Un buon libro direi che si riconosce perché è capace di sedimentare e di far germinare a lungo. Un buon libro è più terreno che frutto insomma, una buona terra in cui ogni strato, dal più fertile e nero fino al più profondo e compatto, tutti sono in relazione e sostegno l’uno con l’altro. Una buona lettura di questo libro non può quindi prescindere dalla complessa stratificazione di cui è tessuto e in cui lo scrittore si è visibilmente compiaciuto, dando luogo a una creazione che ha vita e spazio propri.
Nel libro, che ha la forma di un dialogo teatrale, tutto è molto semplice, a una prima lettura: un Nero ex-galeotto ed ora cristiano fervente salva un Bianco dal suicidarsi sotto un treno: il “Sunset limited” del titolo che correva una volta in Florida. Ne nasce un incontro appassionato, un match quasi, sulle ragioni della speranza dell’uno e della disperazione dell’altro, e quindi dell’umanità tutta.
A una prima lettura tutto è semplice, certamente: il Bianco è un triste intellettuale scettico, il Nero un toccato dalla grazia. Il Nero parla e il Bianco ascolta. Il Bianco non ha argomenti se non la sconfitta dei suoi stessi ideali e il Nero invece è ricco di una facondia di parola che non è in fin dei conti sua (“Quando vi interrogheranno, non abbiate timore di cosa dovrete dire, perché sarà lo Spirito a parlare in voi”). Il Nero ha ragione e il Bianco scappa. È il Nero che per quasi tutto il dialogo pare avere partita vinta.
Perché di una partita evidentemente si tratta: “il Nero muove”, “il Bianco abbozza una difesa”, “il Nero tenta un attacco”, “il Bianco arrocca”. La metafora della partita a scacchi è fin troppo evidente nel succedersi di Nero-Bianco-Nero ma anche per l’ambientazione stessa (due davanti a un tavolino spoglio, un tot di tempo a testa) e per la successione delle aperture e delle strategie. Il Nero attacca ingenuamente, il Bianco è più tattico, il Nero cerca tempo per ulteriori mosse ma il Bianco lo logora lentamente mangiandogli i pezzi, fino al contrattacco finale, spietato, “il Bianco muove e vince in tre mosse”: fine (e invece, vedremo, no). E non può non venire in mente un’altra grande partita a scacchi con in palio vita e morte: quella tra il Cavaliere e la Morte ne “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman. La morte lì è nera, sarcastica, terribilmente razionale e il cavaliere bianco prima muove per scappare dalla morte, ma poi per andarle incontro.
Tutto molto chiaro, dall’inizio alla fine.
O quasi. Perché in definitiva è la fine, la chiusa, che riapre totalmente i giochi e alza un cartello grande così: “NON TUTTO È COSÌ CHIARO E SEMPLICE, PER NESSUNO”, e costringe a chiedersi quale sia il senso vero di quel che ci è avvenuto leggendo. In effetti il Mistero, latente (quasi sornione) in tutto il dialogo, irrompe ed anzi straripa nelle ultime tre-quattro frasi e così mette in luce che solo il mistero è il vero protagonista del dialogo. Protagonista silenzioso. Di più, taciuto da tutti, Nero compreso che ne dovrebbe essere l’araldo. Il Mistero è sempre stato lì, ma nessuno (nessuno! dei due, nessuno) lo aveva guardato. Solo all’ultimo il Nero è costretto a farci i conti, ed è un momento lacerante, finalmente anche per lui. È per questo strappo che il Nero arriva al centro di sé e anche lui deve chiedere gridando, per la prima volta, che ne sarà di lui, deve chiedere la ragione per sé di quel dialogo: fino a quel momento ha cercato ragioni solo per il Bianco, non ha davvero messo in gioco sé. Ora tocca a lui il morso del mistero. (continua…)