Amor perdona

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Amor perdonaAfferrò la mano del figlio e torse un poco il polso per pretendere la sua attenzione mentre stavano per attraversare la strada. Gli rispose solo uno strattone di rigido fastidio e quasi sentì, lì accanto, all’altezza del proprio gomito, il peso del volto irato del bambino. Ma quando mai avrebbe imparato a controllarsi? E perché si faceva sempre trascinare dall’istinto?

Allentò la presa appena di là della strada e la mano si staccò subito da lui. Osservò la figura magra e nervosa che lo precedeva ora di un paio di passi e si stupì di quanto fosse alto. Pensò, ecco che se ne va. Si ricordò che erano state le prime parole di sua moglie, appena era nato, dopo ore e ore di travaglio penoso. Non una parola sul dolore o per chiedere se il piccolo stava bene. Solo quel gemito: ecco che comincia già ad andarsene.

Già, è vero, pensò, e non ho avuto neanche il tempo di conoscerlo. Non mi lascia modo. Ma oggi imparerà qualcosa, deve imparare che ci vuole impegno e costanza, basta questo e si ottiene tutto.

Era un uomo robusto, con il volto e le mani forti: gli occhi però sfuggivano talora gli sguardi di chi incontrava e per questo di lui si ricordava soprattutto il tono deciso della voce, allenata dagli anni di insegnamento al liceo.

In quel momento aveva in mano due canne da pesca, il retino e la cesta per le esche e si sentiva un po’ ridicolo a camminare così bardato lungo quel canale lento e verde che tagliava in due il quartiere. Attorno c’erano coppiette di innamorati, molti vecchi che si scaldavano al sole sulle panchine e i tavolini del mercatino dell’usato. A un venditore che lo scrutava indagatore fece un cenno d’intesa: certo, certo, anch’io sono qui solo per scambiare le canne con qualche cianfrusaglia, magari quel vecchio grammofono. (continua…)

Pubblicato in: on 4 Novembre 2009 at 08:49 Lascia un Commento
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E non sapeva di dire così bene (Ascesi moderna)

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-Pubblicato nell’Antologia “La gola” di PerroneLAB
-Pubblicato da BooksBothers

Ascesi moderna , Turkish Delight - LokumAlzò la mano sudaticcia e si sentì sfinito. Sfinito. Sfinito dal grasso di sé, appiccicoso. Si sentiva annegare in quel suo stesso grasso in cui la gola vorace sempre più lo spingeva, lo ficcava. Qualcosa di lui avrebbe voluto gridare ma vide solo la sua mano che gli schiacciava in bocca un’altra frittella sudata di sciroppo.

Là, dietro la nuca, un istinto di sopravvivenza gli stava dicendo che era il solito incubo, ma questo non era ancora sufficiente a svegliarlo. Provò a girarsi di lato, ma il peso glielo impediva. Ancora un po’ e si sarebbe svegliato, ne era certo, ma non ne aveva ancora abbastanza.

Il grasso era dentro e fuori di lui e ancora la sua gola gridava -io voglio!-. Uno schifo potente lo prese e lottò con se stesso per domare la smania di altro cibo, di altro mosto e miele. Si prese per la gola e cercò di strapparsi da sé. -Ancora, ancora una!-, si implorava, molle e vile, con una voce in falsetto che non riconosceva come sua. -Dammi un lokum, un altro lokum almeno!-. (continua…)

Pubblicato in: on 21 Ottobre 2009 at 10:45 Commenti (2)
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Con un buco dentro

-Pubblicato da Sagarana
-Pubblicato in  “Pensieri di inchiostro
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Con un buco dentroSe ne stava da solo al ristorante e senza troppa convinzione scorreva il dito sul menù. Per un po’ fu attratto dall’idea di un ricco fritto misto, ma poi l’occhio gli cadde sulla riga che prometteva un risotto giallo con l’osso buco. Era tanto che desiderava provarlo e decise che l’investimento di venti euro era adeguato per risollevare le sorti di una giornata incominciata male e proseguita peggio: per esser sinceri, tutto un po’ troppo storto per essere rimediabile così, solo con un profumo buono in bocca. “Beh, in qualcosa uno deve sperare, no?”, si disse, ma non ne era poi troppo convinto. Invocò la paterna protezione di Carlo Emilio Gadda e ordinò il piatto a un cameriere piedi dolci che gli si era appressato con fare liquido e ossequioso. Questi raccolse l’ordinazione tutto rannicchiato attorno al suo quadernino untarello anzichenò, come se davvero credesse a quel fardello di responsabilità, e la fece rimbalzare verso le cucine: “Un risottino coll’ossobuco, certo signore, riso e buco al tre!” No, sentirsi ossequiato dallo sparato posticcio del cameriere non gli bastava.

Certo il contesto di quel ristorante non faceva ben sperare in una troppo riuscita transustanziazione di milanesità. “Con quei due slavi lì, e come si fa?”. Rumoreggiavano nel tavolo accanto a lui: occhieggiò verso di lei e la sua minigonna troppo stretta (o le cosce troppo larghe), mentre, dalla catena d’oro grossa un dito che troneggiava sul petto peloso di lui, bagliori corruschi cercavano di farsi largo nel muro di profumo dolce che si spandeva da lei. “Santo Dio, che tristezza”, sospirò. Si sentiva diverso dal caos inverecondo che lo circondava. Per averne riprova si girò a guardare la propria figura riflessa nella specchiera del buffet. Era ben vestito, col viso curato e occhialini leggeri: che ci faceva là dentro? Distolse lo sguardo quando dai suoi stessi occhi raccolse il noto peso dell’insoddisfazione, eccessiva perché avesse soluzione entro sera.

Nulla attirava la sua attenzione in quel guazzabuglio incoerente di facce e insoddisfazioni: tanto valeva risposare gli occhi. Si strofinò il mento barbuto e depose gli occhiali. Era la prima cena al ristorante che si concedeva dacché era morta lei.

Le cose non si stavano mettendo a posto come aveva sperato. (continua…)

Pubblicato in: on 14 Ottobre 2009 at 18:22 Lascia un Commento
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Camminando sul filo

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- Pubblicato su Prospektiva n 47
- Vincitore di “Cani, Gatti &C” di Servizi Letterari

“Dottoressa, Le passo il Dottor Middle della Sok’s Limited”.

Non rispose, solo si atteggiò in attesa sulla sua poltrona di pelle nera, e lasciò al segretario di intendere che era pronta a parlare.

Lasciò passare un paio di ulteriori secondi dacché sentì la voce di Middle all’altro capo.

- Middle, buongiorno. Lei sa perché la chiamo vero? Suvvia non faccia l’ingenuo con me… Ah sì, eh? E quindi ci ha pensato? No, non credo proprio. È proprio l’ultima offerta… Già… Ah no, io sono ragionevole, sa? Lei mi dia una buona ragione per non prenderla per fame, come dice Lei, e io lo farò… Infatti… Non si appelli al mio buon cuore, allora… No. No, per nulla… E quindi? Senta, lasci stare, non ci provi a blandirmi, non mi chiami Jelèna, no, lasci stare, mi chiami pure come fanno tutti, Jena. Come dice? non si permetterebbe mai? oh, lo fanno tutti, non si faccia scrupoli, sa?

Si alzò in piedi e cominciò a passeggiare nel vasto ufficio vetrato da cui poteva abbracciare tutto il piano, perfettamente circolare, in cui lavoravano i dirigenti della Plusskin Incorporated. Della sua Plusskin Incorporated, non riusciva a articolare quelle due parole neanche mentalmente senza premettere anche il possessivo. Tutto era suo là dentro: le idee, il tempo, la luce. E fra qualche minuto avrebbe raggiunto anche il prossimo obiettivo: non c’era da dubitarne, quella mezza calzetta di Middle e la sua Sok’s Limited non potevano resisterle ancora per molto, li teneva per il collo.

- Sì, capisco, e con ciò?

Dall’altra parte doveva esserci ormai una pozza di sudore e continuando a rispondergli a monosillabi aspettava solo che si allargasse ancora un po’. Fuori dal suo ufficio, lungo il corrimano della balconata interna, si muoveva come un equilibrista un gattino bianco. Camminava con tutta naturalezza nonostante sotto di sé avesse il vuoto: per un attimo Jeléna rabbrividì. Era stata una sua idea, quella di acquistare una famigliola di gatti. Pensava che avrebbe fatto bene a tutti la vista di quelle vite sinuose che si muovevano, riveriti e coccolati, liberi tra tutti gli uffici. Tutti adoravano quei gattini che giocavano sempre insieme. Era sicura che questa immagine di armonia contribuisse al benessere del personale, e lei ci teneva molto a questo, pensò.

Distrattamente si lisciò la gonna di tweed aderente sui fianchi. Entro sera doveva chiamare il sarto per ordinargli qualcosa di nuovo, aveva già quella certa idea…

- No, nonsense, puro nonsense.

Stirando le labbra se le pizzicò con le unghie lunghe badando a non intaccare il rossetto. Si guardò il viso da vicino nel vago riflesso sulla parete vetrata. Si trovò un poco più donna di quanto ricordasse. Non che non le facesse piacere: solo che non poteva permetterselo. Si tirò un passo indietro e si rimirò a figura intera, passandosi una mano sul ventre piatto e sui fianchi piacevoli. Sobbalzò ricordando che di là del vetro potevano vederla. (continua…)

Se Raymond, Flannery e io…

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- Scritto per la rivista “Lapsus”

Di roba ne leggo parecchia. L’altro ieri quando sono passato in libreria avevano rifatto nuovi tutti gli arredi e mentre transitavo vicino al bancone ho visto il mio libraio che mi seguiva sornione. Mi ha sorriso e ha fatto un largo gesto con la mano indicando attorno gli scaffali e i libri. Sembrava dicesse: “Vedi che bel lavoro abbiamo fatto con il tuo contributo!” e io intanto mi avviavo alla cassa per la mia dose giornaliera.

Così di roba a casa ne ho accumulata davvero tanta, ma non mi basta mai. Sul comodino ho sempre una pila di libri in bilico e uno strato sul letto accanto, soprattutto raccolte di racconti.

Solo di due autori ho tutto, però: Raymond Carver e Flannery O’Connor. Tutto, proprio tutto: di Carver ho la raccolta completa delle poesie in un bel tomo verde acqua, l’acqua che gli piaceva così tanto, e tutti i racconti in un’edizione preziosa su carta sottile sottile, come quella dei libri di preghiere di una volta. E infatti quando faccio scorrere quelle pagine delicate sono preso da una devozione quasi religiosa, o almeno filiale: ma anche, lo ammetto, da un poco di invidia, che mal si concilia forse con sentimenti di devozione.

Raymond Carver e Flannery O'Connor

Raymond Carver e Flannery O'Connor

Anche della O’Connor ho tutto: con lei è più facile, non molti racconti e due soli romanzi. Ci ha lasciati presto, portata via dalla sua malattia devastante.

(continua…)

Pubblicato in: on 22 Settembre 2009 at 19:21 Commenti (1)
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Parole nella sabbia

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Tra le molte parole di cui mi sono pentito mi torna in mente un episodio che ho a lungo rimosso. Non me ne ero pentito, in verità. Come al solito me lo ero nascosto nel suo vero significato, che ora però è palese.

Avevo deciso di lasciar esprimere tutto il mio indubbio fascino maschile. Da poco avevo lasciato famiglia e lavoro e cercavo (senza ammetterlo) certezze.

L’avevo notata, giovane e bella, in un piano-bar della cittadina di mare e vacanze in cui mi ero rintanato. Aveva (il bar) spazi ampi, vetri e cornici sghembe alle pareti, ilarità sulle bocche e alcol sui tavoli. Aveva (lei) tutto quello che rende desiderabile una donna per un cinquantenne. La giovinezza, il corpo e la danza, gli occhi ridenti e una proterva certezza di sé come solo una donna può: una terra promessa da esplorare e in cui perdersi.

Arrivava da sola, ma mai l’avevo vista andare via così come era venuta. Sceglieva sempre ragazzi giovani e prestanti, e questo costituiva già di per sé una sfida bastante. Tesi le trappole di cui disponevo: innanzitutto l’indifferenza e l’altezza della mia missione. Mi portavo da scrivere e mi immergevo in quello. Più che spesso, scrivendo dileggiavo quel­l’am­bien­te, ma gli altri non potevano saperlo e qualche volta si davano di gomito indicandomi con cenni del capo. Quantomeno ero un elemento del folklore del locale. I sottobicchieri di cartone contavano le bevande, ma davanti a me ce n’erano uno o al massimo due, troppo importante quello che avevo da scrivere per perder tempo a ordinare da bere.

A lungo non accadde nulla.

Un pomeriggio arrivai assai prima del solito e entrando nella penombra dell’ammezzato le finii quasi addosso. Mi stupii di vederla già lì e per questo esitai forse un poco. Con un gesto leggero mi invitò al suo tavolo ma io, con grande freddezza, guardando sopra di lei, passai oltre. Mentre passavo ogni atomo del mio corpo era costantemente orientato verso di lei come tanti aghi di bussole verso un polo magnetico, ma resistetti a volgere lo sguardo e mi sedetti lontano, dandole le spalle. La vidi però ballare, riflessa in uno degli specchi, e si muoveva sinuosa in un abito nero, corto, disegnato a larghe rose rosse. Le lasciava le spalle scoperte, tranne due fili sulle spalle, neri come i suoi capelli. Per il resto lei lo riempiva perfettamente. E ballando si sentiva il profumo delle rose.

Se ne andò presto, portandosi via un sudamericano col codino, pettorali in mostra dentro la camicia di raso nero e la vita sottile: “maledetta checca”, sibilai mentalmente.

Da quella volta mi parve prendere interesse per me e credetti di vederla chiedere informazioni su chi fossi, abbassandosi all’orecchio di qualche amica mentre mi guardava. Le ragazzine si giravano e rispondendole ridevano: lei no. Bene.

Aspettai che tornasse indossando quell’abito nero. Ci volle del tempo. Ma un altro pomeriggio (evidentemente quell’ora mi portava fortuna) la vidi entrare sfavillante col quelle rose rosse dosso. Stavolta ero io in vantaggio, seduto sotto il quadro migliore del locale e con un blocco di carta sulle ginocchia. Accennai con la mano al posto accanto a me e lei si sedette con tutta naturalezza, come se avessimo concordato l’appuntamento. Almeno dieci occhi di giovinastri mi guatavano e li vedeva anche lei. (continua…)

Morta parola

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Ero svogliato quella mattina.

- Del caffè può fare la differenza – pensai, e così mi avviai lungo la strada uscendo da scale di marmo. Arrivato all’angolo non mi stupii di vedere un certo numero di persone fuori dalla porta del locale, era normale trovarci a tutte le ore piccoli gruppi attirati dalla buona birra. Fui infastidito però arrivando alla porta: una ressa di giovani si accalcava davanti al bancone con modi spiacevoli e uno spiacevole odore. Tentai, fiaccamente, di arrivare al banco per chiedere una tazza di caffè nero, ma (odi profanum vulgus et arceo) fui respinto dalla mia stessa indecisione, timidezza travestita di alterigia. Esitai un attimo sulla porta di legno e vetro, combattuto da un riflesso di senso di colpa, e quando mi decisi definitivamente a uscire sbattei in un tizio vestito di nero che entrava a testa bassa. Imprecai mentalmente contro di lui e sulle teste di tutti quanti là dentro, mentre l’afa della giornata mi risucchiava a sé uscendo sulla strada.

Nello stesso istante la vetrina della caffetteria esplose e fui investito (lo vidi arrivare) da un urlo nero sfrangiato di bianco, un’onda solida d’aria e vetro. Vidi distintamente le schegge venirmi incontro, investirmi e sorpassarmi.

Ripresi conoscenza poco dopo, forse, e mi ritrovai carponi, la testa in un mondo di gomma dura, il fiato strappato dai polmoni, bruciato l’ossigeno dalla vampa di un istante. In bocca sapore di fame e un odore nero tutto attorno.

(continua…)

Pubblicato in: on 16 Settembre 2009 at 15:26 Lascia un Commento
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Spazi

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Era un venerdì e avevo bisogno di un luogo in cui riposare. Non so perché ricordo che fosse un venerdì, l’afa di quei giorni rendeva impossibile distinguerli uno dall’altro. Giornate caldissime e lunghe, interminabili, estenuanti nell’attesa il più delle volte inutile della frescura serale. Eppure anche in quelle condizioni mi restava un’isola di quiete, la mezz’ora in cui scendevo al bar per mangiarmi qualcosa e i cinque minuti tutti per me a leggere il giornale. Sarà stata l’accoglienza semplice delle padrone del locale, Giovanna e sua madre, ma nel deserto infuocato della città in quei giorni estivi quello mi appariva un porto in cui gustare uno spazio di ristoro, una lama d’ombra che poteva durare anche solo un istante, stretta d’assedio dalla luce violenta che furoreggiava là fuori, nella città infuocata e ancor meno accogliente del solito.

Aspettavo a lungo prima di decidermi ad andarci, così quando arrivavo i pochi tavolini pigiati tra loro sarebbero stati vuoti e avrei potuto godermi davvero quella pace.

Per questo fin dal primo istante presi a male di trovarci ancora un rumoroso terzetto di clienti davanti alle loro birre gelate, capeggiato da un tizio in camicia azzurra con i triangoli del colletto bianchi, quelle maniche rimboccate, il profumo di dopobarba da settanta euro a boccetta e i capelli lunghi che voleva dimostrare fascinosi, ravviandoli continuamente dietro le orecchie troppo grandi.

Mi piegai a entrare, ma un poco di malavoglia, sollevato solo dal sorriso di Giovanna che mi invitava con un gesto a sedermi nel tavolino più distante possibile dall’altro tavolo occupato. (continua…)

Pubblicato in: on 15 Settembre 2009 at 07:49 Lascia un Commento
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Alcune considerazioni su “Sunset limited”

“Sunset limited” – Cormac McCarthy

Immagine di Sunset Limited
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Si potrebbe cominciare dal dire che “Sunset limited” è un buon libro. Buono prima che bello.

Un buon libro direi che si riconosce perché è capace di sedimentare e di far germinare a lungo. Un buon libro è più terreno che frutto insomma, una buona terra in cui ogni strato, dal più fertile e nero fino al più profondo e compatto, tutti sono in relazione e sostegno l’uno con l’altro. Una buona lettura di questo libro non può quindi prescindere dalla complessa stratificazione di cui è tessuto e in cui lo scrittore si è visibilmente compiaciuto, dando luogo a una creazione che ha vita e spazio propri.

Nel libro, che ha la forma di un dialogo teatrale, tutto è molto semplice, a una prima lettura: un Nero ex-galeotto ed ora cristiano fervente salva un Bianco dal suicidarsi sotto un treno: il “Sunset limited” del titolo che correva una volta in Florida. Ne nasce un incontro appassionato, un match quasi, sulle ragioni della speranza dell’uno e della disperazione dell’altro, e quindi dell’umanità tutta.

A una prima lettura tutto è semplice, certamente: il Bianco è un triste intellettuale scettico, il Nero un toccato dalla grazia. Il Nero parla e il Bianco ascolta. Il Bianco non ha argomenti se non la sconfitta dei suoi stessi ideali e il Nero invece è ricco di una facondia di parola che non è in fin dei conti sua (“Quando vi interrogheranno, non abbiate timore di cosa dovrete dire, perché sarà lo Spirito a parlare in voi”). Il Nero ha ragione e il Bianco scappa. È il Nero che per quasi tutto il dialogo pare avere partita vinta.

Perché di una partita evidentemente si tratta: “il Nero muove”, “il Bianco abbozza una difesa”, “il Nero tenta un attacco”, “il Bianco arrocca”. La metafora della partita a scacchi è fin troppo evidente nel succedersi di Nero-Bianco-Nero ma anche per l’ambientazione stessa (due davanti a un tavolino spoglio, un tot di tempo a testa) e per la successione delle aperture e delle strategie. Il Nero attacca ingenuamente, il Bianco è più tattico, il Nero cerca tempo per ulteriori mosse ma il Bianco lo logora lentamente mangiandogli i pezzi, fino al contrattacco finale, spietato, “il Bianco muove e vince in tre mosse”: fine (e invece, vedremo, no). E non può non venire in mente un’altra grande partita a scacchi con in palio vita e morte: quella tra il Cavaliere e la Morte ne “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman. La morte lì è nera, sarcastica, terribilmente razionale e il cavaliere bianco prima muove per scappare dalla morte, ma poi per andarle incontro.

Tutto molto chiaro, dall’inizio alla fine.

O quasi. Perché in definitiva è la fine, la chiusa, che riapre totalmente i giochi e alza un cartello grande così: “NON TUTTO È COSÌ CHIARO E SEMPLICE, PER NESSUNO”, e costringe a chiedersi quale sia il senso vero di quel che ci è avvenuto leggendo. In effetti il Mistero, latente (quasi sornione) in tutto il dialogo, irrompe ed anzi straripa nelle ultime tre-quattro frasi e così mette in luce che solo il mistero è il vero protagonista del dialogo. Protagonista silenzioso. Di più, taciuto da tutti, Nero compreso che ne dovrebbe essere l’araldo. Il Mistero è sempre stato lì, ma nessuno (nessuno! dei due, nessuno) lo aveva guardato. Solo all’ultimo il Nero è costretto a farci i conti, ed è un momento lacerante, finalmente anche per lui. È per questo strappo che il Nero arriva al centro di sé e anche lui deve chiedere gridando, per la prima volta, che ne sarà di lui, deve chiedere la ragione per sé di quel dialogo: fino a quel momento ha cercato ragioni solo per il Bianco, non ha davvero messo in gioco sé. Ora tocca a lui il morso del mistero. (continua…)

Pubblicato in: on 11 Settembre 2009 at 10:00 Commenti (1)
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Questione di sguardo

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Il sangue offuscava la sua vista e gli rombava nel cervello.
Parole di rancore rotolavano dentro di lui con fragore di tuono.
Scostò le lenzuola e uscì sul terrazzo, abbassandosi sotto la tapparella semiaperta, in cerca di refrigerio. Non poteva dormire, non con tutto quell’affollarsi di pensieri neri dentro di lui.
Posò lo sguardo sugli oggetti velati di tenebra, ma senza guardarli.
Era troppo, troppo per sopportarlo.
Un uccello (un colombo? una tortora?) modulò un verso lugubre in alto sopra la sua testa. Aguzzò la vista ma non vide dove fosse.
Appoggiò le mani all’inferriata: le ritrasse infastidito, scuotendo via il polverino di smog che gli era rimasto appiccicato sui palmi.
Chiuse gli occhi e provò a concentrarsi nella memoria sul volto di lui, ma anche quell’immagine, la fonte di quella pena, restava evanescente e imprecisa. Non sapeva dare un nome a ciò che provava. Era un peso e una mancanza, assieme.
Rientrò e si sdraiò accanto a lei, che gemette nel sonno.
- Dormi, dormi.

* * *

Si risvegliò cupo, ascoltando i rumori in cucina. Gli ci volle un po’ per decidersi ad andare a far colazione con la famiglia. (continua…)

Pubblicato in: on 31 Agosto 2009 at 11:44 Lascia un Commento
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