Non è giornata oggi.
Decisamente. Eppure bisogna tirare a finirla. È che mi sento svuotato come un guscio d’uovo e non ho nemmeno la forza di immaginare che cosa farmi per cena. Potrei andare alla pizzeria qui sotto, ma già questa fatica mi pare troppa.
Un occhio al frigo.
E se rinunciassi e andassi diritto a dormire? Non so cosa augurarmi, non so di che cosa ho voglia, a dirla tutta non so nemmeno se desidero davvero qualcosa. Me ne sto qui imbambolato davanti alla porta aperta del frigo e al massimo mi godo un po’ il freddo che mi sfiora la faccia e scende liquido fino i piedi.
Ecco cosa farò: un bel po’ di crema di marroni. Ne ho un vasetto su uno dei ripiani: lo tengo lì da un mese. Almeno. Per pura pigrizia a dire il vero, perché è ancora chiuso, devo averlo infilato dentro una sera con il resto della spesa. Ho le mani indolenzite dalla fatica accumulata in questi giorni, e faccio fatica a svitare il tappo: cerco di dare uno strappo secco e così una fitta bluastra mi lampeggia dalla mano sinistra su dritta fino al cervello. Mollo la presa e succhio l’aria tra i denti mentre la forma delle ossa della mano mi si para davanti come in una lastra radiografica, un ventaglio di stecche infilate nel polso. Impreco sottovoce (o no?) e il barattolo intanto è rotolato lontano sulla superficie del banco di cucina. Mi massaggio la mano: non duole più ora, ma tiene traccia dell’offesa ricevuta in una contrazione pulsante di difesa. Adesso mi sono intestardito e metto alle strette il vasetto stringendolo tra l’avambraccio e il fianco. Faccio forza con la destra e stavolta cede senza nessun problema, forse prima l’avevo quasi aperto.
Cerco di compensare lo sforzo e il dolore con le calorie rincuoranti della marmellata. Me la infilo in bocca a palettate e quando sfilo fuori il cucchiaino ci resta sopra una patina viscosa, come una traccia del passaggio di lunghe carovane sullo uadi. In bocca il sapore dolce e profumato della castagna è accompagnato dalla consistenza sabbiosa della sua polpa asciutta e consistente. Si dovrebbe riaprire l’infanzia e i ricordi potrebbero assalirmi da dietro l’orecchio, ma Proust ha avuto assai più fortuna, intingendo la sua madeleine. Sono stanco e il ricordo richiede un vigore che non mi riconosco stasera. E soprattutto qualcosa di più che lo sostenga.
E’ che sono solo.
Solo come le altre sere a dire il vero, ma oggi non riesco a distrarmi e l’unica certezza che campeggia è quest’indecisione dell’io che in me conosco fin troppo bene. Resto sospeso tra il desiderio e il rimorso e non sono nemmeno capace a decidermi per l’uno o per l’altro.
E di cosa sono capace allora?
Conficco il cucchiaino a fondo nella marmellata: ma vaffa’n…
Non mi piace crogiolarmi nelle secche dell’autocommiserazione, ma stasera non riesco a darci il giro.
Ho idea che ormai oggi butti così e non credo che verrà nessuno a tirarmene fuori.
Ho fame però.
Mi attacco a questo dato di realtà e provo a farne un picchetto a cui appendere un minimo di sanità. Certo che davvero sto a zero come cambusa. Forza marinaio, salpa, salpa. Fette di pane da toast: bene, queste sono un fatto. E poi? Vorrei tanto qualcosa di davvero buono, ma che può esserci qui? Ah già, l’olio che mi ha lasciato Carlo la settimana scorsa. Pane e olio: un’iniezione di sano realismo, una botta di vita.
Ho già preso vigore. Tovaglia, piatto, bicchiere. Su dai.
Mi siedo con qualche speranza in più e svito il tappo. Verso nel piatto. Il liquido cola denso, gorgoglia, quasi canta uscendo dal collo della bottiglia: si allarga lentamente, sapientemente, senza distendersi del tutto sul piatto. Sale potente un odore fresco di foglie pestate, di frutta verde.
Intingo il pane con voluttà respirando la libertà dolce che sale lungo il naso, dentro nei polmoni, scivola sulla lingua e mi si apre dentro. Un boccone, due, quasi una fetta intera in un unico boccone, con l’olio che mi cola sulle dita, gioiosamente. Non mi basta, non mi basta ancora, via un’altra colata di oro rubino: e giù il pane di nuovo, fino in fondo, fino a che il piatto non è pulito e lucido e ancora profumato come una donna regina.
Rovescio indietro la testa e rido, rido di liberazione.
Carlo: mi hai salvato, mi hai salvato da me stesso, caro amico. Sei qui accanto a me: il bel viso largo e sicuro, il sigaro nell’angolo della bocca. E dietro di te c’è tutto quel che di bene e di grande mi ha dato la vita, Dio compie le attese della nostra giovinezza.
Adesso posso desiderare davvero, non sono più solo, non lo sono mai stato. Ho solo tanto da domandare. E’ solo l’inizio.


















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